Pio e Amedeo, ma davvero nelle parole conta solo l’intenzione?

Lo sostiene con convinzione il duo comico nel discorso al centro delle critiche, ma da un punto di vista scientifico non è proprio così

Ricapitoliamo velocemente per chi se lo fosse perso quanto accaduto in merito al discorso di Pio e Amedeo nel programma Felicissima Sera. I due comici nell’ultima puntata di una trasmissione andata in onda su Canale 5 – pare con un certo successo di ascolti – si sono occupati di un tema che è al tempo stesso sociale e linguistico, il cosiddetto politically correct. Un fenomeno che banalizzando molto prevede di riformulare alcune espressioni e alcune scelte lessicali per evitare che possano ferire alcune persone (un tema al centro anche dell’incontro di 6per6 con Federica Faloppa che trovate qui sotto).

Nei venti minuti che i due comici dedicano al tema, Amedeo respinge l’estremizzazione di questa pratica che secondo lui verrebbe a coincidere in televisione con una sorta di censura. Lamenta, insomma, il fatto che non si possa più scherzare su alcuni temi (come l’avarizia degli ebrei, mentre quella dei genovesi sarebbe sdoganata) o ricorrere ad alcune parole, fra cui negro e ricchione. Insomma, ce n’è per molte categorie che da un punto di vista sociale hanno dovuto affrontare molte battaglie per diminuire lo scarto che le separa dalla “normalità”, intesa come la maggioranza numerica della società.

Come già accaduto per Beatrice Venezi in questo articolo, non vogliamo discutere le scelte dei due comici che sono liberissimi di utilizzare le parole che ritengono più funzionali alle loro gag, affrontandone le conseguenze in termini di seguito e popolarità (questo vale un po’ per tutti); però mi preme riflettere sulla motivazione pseudolinguistica addotta da Amedeo.

In pratica il comico sostiene che se dico negro in un contesto amichevole, questa parola non sortisce un effetto negativo. In poche parole, non ferisce nessuno. Perché, come ripete più volte, ciò che conta è l’intenzione (e la cattiveria) di chi la pronuncia.

Le scienze del linguaggio, e in particolare la pragmatica linguistica, si interrogano da anni su questa questione. In particolare, gli studi sulla scortesia (tecnicismo per inappropriatezza) linguistica hanno cercato di capire se alcune parole ed espressioni possano ferire indipendentemente dal contesto. Bene, diversi studiosi che da anni si occupano scientificamente di questi aspetti – perdonatemi, ma non hanno rivolto una riflessione funzionale a una gag comica, c’è differenza – hanno individuato categorie di espressioni che risultano quasi sempre offensive.

Per usare un concetto menzionato anche da Amedeo stesso, proprio il contesto non riesce quasi mai a disinnescare l’offensività di queste parole ed espressioni. C’è di più: i linguisti hanno da tempo evidenziato che perfino atti linguistici che a un primo sguardo possono sembrare sempre positivi, in realtà in alcuni casi risultano spiacevoli per l’interlocutore. È il caso, piuttosto eloquente, dei complimenti come viene spiegato bene in questo articolo. È poi anche vero che l’insulto, è stato dimostrato in alcuni studi, in specifici contesti privati può funzionare come “collante linguistico” (un’indagine in questo senso ha riguardato i membri delle squadre neozelandesi di rugby); però, attenzione, sono contesti molto rari e in cui la relazione fra gli interlocutori è intima e non coincide con quella che lega personaggi dello spettacolo e una platea sconosciuta (in tutti i sensi).

Nei messaggi che emettiamo, nei nostri enunciati, molto spesso l’intenzione si scolla dall’effetto: io ti faccio un complimento convinto di farti piacere e invece ti offendo. La lingua è uno strumento straordinariamente potente, ma al tempo stesso molto complesso. Per questo qui su Linguinsta insistiamo spesso sul concetto di consapevolezza linguistica.

Chiamare ricchione una persona omosessuale raramente può essere un gesto innocuo. O meglio, è stato notato che se a usare questo termine sono i membri interni della comunità LGBT, è più difficile che il destinatario abbia una reazione emotiva negativa.

La scarsa preparazione su questi temi dei due comici trapela anche da un verbo che Amedeo usa (volontariamente? difficile decifrarlo) in merito al gay pride dove, secondo lui, si andrebbe a ostentare. I gay pride sono senza dubbio manifestazioni che danno nell’occhio, ma chi per anni ha dovuto vivere nel silenzio – e attenzione, Amedeo, succede spesso ancora oggi, purtroppo – a un certo punto, terminato il complesso processo che porta ad accettare (di più) una parte di te stesso che tutto ciò che ti sta intorno etichetta come sbagliato, quando non innaturale, ha una voglia enorme di gridare al mondo che no, in lui non c’è niente di sbagliato, che può camminare per una strada senza timore di ricevere un insulto. È un rito, in qualche modo, per esorcizzare il passato e guardare al futuro con un po’ più di serenità. Poi può non piacere, questo è legittimo. Ma non si tratta il più volte di ostentazione: le parole sono davvero importanti.

Non so poi in che spaccato idilliaco di società vivano Pio e Amedeo per poter dire che oggi il termine terrone ha perso la sua connotazione semantica negativa. La mia percezione mi dice semmai che quel termine è sparito da quasi tutti i contesti pubblici grazie anche all’azione del tanto criticato politically correct; ma nei contesti privati, quando si sente una persona del nord pronunciare questa parola, difficilmente si intuisce un sottotesto positivo.

Il discorso purtroppo continua a essere uno solo: finché non si prova sulla propria anima il dolore di una situazione in cui ci si sente esclusi, insultati, diminuiti per qualcosa che non si è scelto (il colore della pelle, l’etnia, il luogo in cui si è nati, l’orientamento sessuale, una patologia mentale) è difficile comprendere l’effetto di parole che si credono “innocue”.

Non dovremmo più parlare di nulla allora? Non ci pare proprio che questi argomenti coincidano con l’universo dei temi su cui è possibile strutturare un discorso.

E un’ultima considerazione sembra necessaria: se per ridere e sentirci meglio dobbiamo per forza scherzare su aspetti come questi, beh forse allora dovremmo rivedere il concetto stesso di comicità e capire che forse abbiamo sbagliato prima e non adesso che ci riveliamo più attenti agli effetti di ciò che diciamo – tanto più in contesti pubblici come quelli della televisione – sulle persone che ci ascoltano.

Michele Razzetti