Così l’abuso di inglesismi diventa un cortometraggio

È l’idea di Matteo Marcucci che vuole evidenziare un fenomeno molto diffuso – e molto osteggiato – nella nostra lingua

Il fenomeno della diffusione dei termini inglesi, inglesismi, o meglio anglismi, preoccupa molte persone. Ne abbiamo parlato più volte su questo giornale e sappiamo che tutto dipende dal contesto, come abbiamo spiegato in modo approfondito in questa diretta di Instagram.

Tuttavia, gli inglesismi talvolta sono in grado di suscitare reazioni forti, in altre di muovere a “proteste” che poggiano sulla creatività. È il caso di Matteo Marcucci, che a questo fenomeno ha dedicato perfino il cortometraggio Tu vuo’ fa’ l’americano, nel quale l’inserimento degli anglismi da parte di un parlante italiano viene portato alla sua massima – volontariamente esagerata – espressione.

Abbiamo chiesto a Matteo qualche dettaglio in più sul suo cortometraggio, che trovate al termine di questa intervista.

Matteo, da dove nasce l’idea del cortometraggio?

«L’intuizione di realizzare questo corto mi venne in mente quando al “RiminiWelness” vidi scritto su un cartello “dai un boost ai tuoi workout” e “military training” nello spazio dedicato all’esercito; mi chiedevo il perché di questo incessante bisogno di parlare inglese a un pubblico italiano. Raccontai ciò che vidi a una mia amica canadese, che ora è residente nella città in cui vivo: fu proprio lei a darmi lo stimolo di realizzare l’opera e così facemmo».

Quindi anche secondo te c’è un abuso di anglismi nel nostro Paese?

«Sembra ci sia il “bisogno” di infilare inglesismi ovunque, in ogni contesto, formale, informale, professionale e pubblico. Che bisogno ha il governo di dire lockdown quando le altre lingue romanze dicono confinamiento (in spagnolo) e confinement (in francese)? Da qui nasce la mia consapevolezza».

Una critica analoga è stata mossa anche a green pass…

«Sì, che assomiglia a un’iscrizione a un’associazione ambientalista e così via per tutte le altre leggi, jobs act, family act e via dicendo».

Quale linguaggio utilizzate nel vostro cortometraggio?

«Abbiamo cercato di ironizzare e sottolineare il più possibile questo fenomeno che purtroppo, secondo me, sta prendendo sempre più piede in tutti i settori: il commercio è diventato marketing, il nostro cibo, il migliore al mondo, è diventato food, si parla di experience, si lavora in team, bisogna rispettare le deadline…».