Come si dice: l’insalubre accento di salubre

(Quasi) nessuno di noi pronuncia correttamente da un punto di vista etimologico questo aggettivo

Alcune parole vengono costantemente pronunciate con l’accento scorretto. In alcuni casi si tratta di modifiche regionali, come avviene con Bengàsi a Torino o Cavour a Napoli, in altri di un “errore” che è talmente piaciuto a noi parlanti, da diventare in qualche modo la norma. È la vittoria (naturale) dell’uso sulla regola, insomma. Tuttavia, ogni tanto potremmo ricordarci, avere consapevolezza come piace dire a noi qui su Linguinsta, che di fatto si tratta un’imprecisione, radicata nel sistema linguistico.

Questo anche per evitare magari di correggere qualcuno che invece pronuncia in modo ineccepibile quella determinata parola. Da oggi in poi, quindi, non alzate nessun sopracciglio se sentite pronunciare salubre con l’accento sulla u. Non fatelo, perché chi avete di fronte forse si è posto il problema e aprendo il dizionario ha scoperto che quella è la pronuncia da manuale.

Salubre deriva dal latino salūbre(m) ed è un termine che abbiamo ereditato per via dotta (non ha insomma subìto alcune modifiche nel modo in cui viene scritto e pronunciato che hanno interessato altre parole che arrivano dal latino) e ha mantenuto l’accentazione piana.

Noi tutti usiamo la pronuncia etimologicamente meno corretta che vede la cosiddetta ritrazione dell’accento sulla terzultima sillaba. Perché è successo? Molto probabilmente perché nella nostra mente abbiamo associato questo aggettivo ad altri simili con l’accento sulla prima sillaba fra cui cèlebrefùnebre. E sì, lo stesso ragionamento si applica al suo contrario, ricavato dall’aggiunta del prefisso -in, insalùbre.

Se hai letto altri articoli della serie Come si dice/scrive? fermati pure qui; in caso contrario continua perché è rilevante essere consapevoli di quanto segue.

Alla domanda «come si dice/scrive questa tal cosa?», un linguista risponderebbe «come la dici/scrivi tu». Questo perché la linguistica è una disciplina che descrive i fenomeni e non è lì pronta con la bacchetta in mano per darti una legnata se non usi il congiuntivo.

Il mantra di chi studia scientificamente il linguaggio è sempre che la lingua è fatta dai parlanti. Siamo tutti noi, cioè, a selezionare le parole, le frasi, i modi e i tempi verbali che riteniamo più efficaci per comunicare i concetti che ci passano per la mente.

Detto ciò, è comunque importante sapere che delle regole grammaticali esistono. Esiste uno standard sia per quel che riguarda la lingua scritta sia per quella orale; ma non si tratta di un riferimento dogmatico che è eticamente immorale non conoscere. No, lo standard nasce per mettere in comunicazione i parlanti, per permettere loro di capirsi agevolmente, di ritrovarsi su un terreno comune.

E gli standard, anche quelli, cambiano nel tempo: ciò che è considerato linguisticamente ineccepibile oggi, potrebbe non esserlo più domani. Di più: gli standard sono interpretati con maggiore o minor rigore a seconda del contesto in cui comunichiamo.

Un congiuntivo che scappa in un messaggio di WhatsApp non ha lo stesso “peso” di una dimenticanza analoga in un tema scolastico o in una presentazione di lavoro. Questo perché anche le nostre attese nei confronti di una presunta perfezione linguistica variano nei diversi luoghi (fisici e digitali) in cui scriviamo e parliamo. Quindi alla domanda «ma è giusto dire così?», un’altra risposta molto da linguista è «dipende dalla situazione in cui lo dici».

Infine, come abbiamo sentito ripetere spesso alla sociolinguista Vera Gheno – un concetto che sottoscriviamo con tutte le penne di cui possiamo disporre – la bellezza della lingua sta (anche) nel fatto che non si smette mai di imparare. Anche il più blasonato lessicografo (il professionista che compila il dizionario) può non conoscere l’esatta posizione di un accento di una parola che sì, esiste, ma che in pochissimi ormai utilizzano.

Per questo la serie Come si dice/scrive? deve essere sempre maneggiata con queste consapevolezze, ricordandoci che in fondo in fondo – ed esclusi contesti percentualmente poco ricorrenti – il minimo sindacale che possiamo pretendere da un atto comunicativo è far sì che il nostro interlocutore ci comprenda. Tutto il resto è pane per i grammarnazi (a cui dedichiamo una linguetta affettuosa di Linguinsta).

Michele Razzetti