Pseudoanglicismi, i termini inglesi che usiamo con un significato “sbagliato”

Sono molti i casi in cui in italiano facciamo ricorso a pseudoanglicismi, parole inglesi nella forma, ma con un significato diverso da quello originale

«In questi mesi di smart working continuo a vedere lo spot di un beauty che mi piace un botto!». Quante parole inglesi ci sono in questa frase? A essere molto precisi, nemmeno una. O meglio, sono presenti parole utilizzate in inglese, ma non con il significato che intendiamo noi. Un fenomeno linguistico piuttosto curioso, questo, che tecnicamente passa sotto il nome di pseudoanglicismi (o, per alcuni, falsi anglicismi).

Il vocabolario online della Treccani, alla voce relativa parla di «parola o espressione che contiene elementi inglesi o che sembrano inglesi ma in realtà nella lingua inglese non esistono; si dice anche di parola o locuzione esistente in inglese ma che in quella lingua ha un significato differente».

Gli pseudoanglicismi non sono quindi quelle parole ed espressioni cui facciamo ricorso spesso con pronunce improbabili. No, sono in primo luogo parole inglesi il cui significato nel nostro utilizzo viene modificato in modo più o meno profondo; ma comprendono anche espressioni nate in un modo e poi trasfigurate attraverso delle “sforbiciature”; infine, nei casi più estremi, sono parole che non esistono proprio in inglese.

Inconsapevoli di questo fatto curioso, vi ricorriamo con una certa frequenza e quindi abbiamo deciso di dedicargli il primo appuntamento di una serie di articoli che si interrogano sul modo in cui usiamo e impariamo la lingua inglese in Italia. Un progetto che non poteva che avere un nome nato da un gioco di parole, LinguENsta, e sviluppato con la collaborazione di una delle istituzioni più prestigiose nel settore della glottodidattica, dell’insegnamento della lingua inglese, il British Council Italia, ente ufficiale britannico di riferimento nel mondo per la formazione linguistica e per la promozione delle relazioni culturali e delle opportunità educative. Fondato nel 1934, è presente in oltre cento paesi e con le sue attività sostiene le relazioni culturali tra il Regno Unito e le nazioni in cui opera.

ALCUNI FRA GLI PSEUDOANGLICISMI PIÙ DIFFUSI

Gli pseudoanglicismi che utilizziamo in italiano sono molti, alcuni davvero insospettabili. Nel settore dell’abbigliamento troviamo, ad esempio, il bomber per indicare un tipo di giacca: in questo caso abbiamo operato un accorciamento rispetto all’originale, bomber jacket. E lo stesso fenomeno avviene quando diciamo solo reality per indicare ciò che gli inglesi chiamano reality show, social in riferimento ai social network e spot per indicare una pubblicità.

Nel modificare i termini inglesi, talvolta creiamo parole che proprio non esistono nei paesi anglofoni: è il caso di bancomat (la macchina che eroga le banconote si chiama ATM in inglese), beauty in riferimento all’astuccio che contiene gli accessori e i prodotti cosmetici (che in inglese è il vanity case) o lifting, processo chirurgico che gli anglofoni indicano con facelift. Gli inglesi madrelingua non capirebbero inoltre parole come box per indicare il luogo in cui parcheggiamo la nostra automobile, bloc(k)-notes o cotton-fioc. E l’elenco potrebbe continuare ancora.

Dobbiamo eliminarle dal nostro lessico quotidiano quindi? In realtà no, anche perché molte di queste si sono ritagliate un posto fisso nel nostro vocabolario. Ma è importante essere consapevoli che queste parole non sono riconoscibili nei paesi anglofoni con lo stesso significato che noi attribuiamo loro. Ian Frankish, Teaching Centre Manager del British Council Italy, ci conferma che anche gli studenti che prendono parte ai numerosi corsi che l’ente britannico organizza rimangono sorpresi quando scoprono che parole che credevano inglesissime in realtà non lo sono. Al British Council abbiamo inoltre chiesto cinque fra i più ricorrenti pseudoanglicismi in cui incappano gli studenti italiani. Sam Stewart, myClass Adult coordinator della sede di Napoli, ci ha indicato i seguenti:

IN GENERALE, USARE LE PAROLE INGLESI IN ITALIANO È UN PECCATO MORTALE?

La risposta più sensata, come spesso accade, è dipende. Nel corso dell’ultima edizione di 6per6, la rassegna che porta in diretta su Instagram le scienze del linguaggio, Claudio Giovanardi, membro dell’Accademia della Crusca, ha chiarito un concetto fondamentale per quanto riguarda l’uso di termini inglesi in italiano, contro il quale si sollevano spesso polemiche asprissime.

Giovanardi ha ricordato che è il contesto in cui vengono utilizzate il vero discrimine: se dite cool mentre passeggiate al parco con gli amici, non c’è nessun problema. Le circostanze in cui occorre prestare attenzione all’utilizzo dei cosiddetti anglismi (o anglicismi) sono quelle pubbliche, e in particolare quelle in cui a parlare sono le istituzioni: in questo caso il ricorso a termini stranieri – non è il solo caso dell’inglese – rischia, infatti, di tagliare fuori dalla comprensione del messaggio una fetta consistente di persone.

Un’ultima osservazione è infine significativa. «Molto spesso le persone che l’inglese lo conoscono realmente e lo parlano quasi come una lingua materna non avvertono il bisogno di fare sfoggio di parole in inglese quando parlano italiano» ha osservato Giovanardi. E se vogliamo quindi fare ricorso a termini stranieri, potremmo impegnarci a capire come li utilizzano gli anglofoni madrelingua: i corsi e le applicazioni, anche gratuite come quelle che trovate qui, per aiutarci a farlo di sicuro non mancano.

(Foto: unsplash.com).